Biografia

Francesca Romana Mainieri nasce nel 1958 a Roma, dove vive e lavora.
Dopo gli studi classici, nel 1982 consegue il diploma di Restauratore di dipinti presso l’Istituto Centrale per il Restauro (ICR) in Roma con una tesi sui mosaici medievali di S. Zenone, sotto la guida di Paolo e Laura Mora e la direzione di Giovanni Urbani. Nell’anno successivo si specializza presso il medesimo Istituto nel restauro dei manufatti lapidei.
Nel 1984 si laurea in Storia dell’arte a La Sapienza con Maurizio Calvesi, approfondendo lo studio della tarsia prospettica rinascimentale e nel 1987 consegue il Perfezionamento post lauream presso l’Università di Urbino, discutendo ancora una tesi sulla tarsia quattrocentesca con Maddalena Trionfi Honorati.

Finiti gli studi, entra nel Ministero per i Beni e le Attività Culturali presso l’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro (ex ICR), svolgendo nel tempo funzioni di restauratore di dipinti murali e di storico dell’arte.
Presso tale Istituto assume incarichi di restauro, di ricerca e di docenza.
Fra i lavori di restauro esegue l’intervento sui dipinti murali di Cimabue, di Giotto e di Pietro Lorenzetti nella Basilica di Assisi, su gli affreschi de La loggia di Psiche di Raffaello nella Villa La Farnesina. In Italia progetta diversi interventi di restauro, fra cui quello della Alcova di Federico da Montefeltro nel Palazzo Ducale di Urbino e quello su i frammenti della volta di S. Pietro a Tuscania. In Cina coordina l’intervento sul trono ligneo dell’Imperatore nella Sala della Suprema Armonia della Città Proibita a Pechino.
Presso la Scuola di Alta Formazione dell’ Istituto del Restauro è stata docente di "Tecnica di esecuzione dei dipinti murali", di "Tecnologia dei materiali costitutivi" e di "Esegesi delle fonti tecniche", approfondendo con interesse la ricerca nel campo delle tecniche di esecuzione dei dipinti, in particolare dei procedimenti di produzione de pigmenti antichi (cinabro, azzurrite, lapislazzulo) e della doratura. In questo contesto ha ampliato le sue conoscenze nell’ambito dei ricettari medievali e rinascimentali e dei manoscritti a contenuto tecnico-alchemico, partecipando a convegni in Italia e all’estero e curando diverse pubblicazioni scientifiche.


L'uomo si appoggiò
al bordo della vasca ottagonale
e frugò con la mano nella borsa
appesa alla cintura.
Poi la estrasse tinta di un azzurro cupo
che riluceva di grani d'oro.
« Lazuli ? » gli chiese in quel mentre,
con meraviglia, un ricco mercante persiano,
che stava bevendo con un calice
ad uno dei cento zampilli.
« Si » rispose l'uomo
« e della migliore miniera afghana »
« Lasciami guardare » insistette il mercante
che conosceva il valore
di quelle zolle di azzurro intenso.
(F. R. Mainieri, La pietra di miniera)

Occasionalmente scrive poesie brevi racconti immaginari. Nel 2007 riceve come finalista una segnalazione di merito al Premio Letterario Europeo Mario Luzi – Città di Montieri con il racconto dal titolo "La pietra di miniera".


Rosso di sangue rappreso,
grumi di terra ossidata,
la lava incandescente
diventa cenere,
il vino di cinabro
mi avvelena. Il fiele viola
prosciuga le mie viscere,
chi potrà dare acqua
alla mia anima?
(F. R. Mainieri, Rosso rappreso)

La sua pittura interiorizza immagini archetipiche della pittura occidentale che nascono dallo osservazione della qualità tattile e visiva della materia, dalla organizzazione prospettica dello spazio visivo e dallo studio delle potenzialità evocative del colore. Nelle sovrapposizioni di talune stesure cromatiche ricorre alla tecnica della velatura con vernici pigmentate e lacche trasparenti, caratteristica della pittura fiamminga. Dall’ accostamento all’arte orientale desume il recente interesse verso i rapporti cromatici fondanti dell’arte cinese e giapponese e verso il “segno” nell’accezione espressiva calligrafica.


Indaco di tuberosa,
panni di indaco appassiti,
il cielo piange le sue lacrime di cobalto,
nessuno potrà asciugarle
senza macchiarsi.
(F. R. Mainieri, Indaco)

Si avvale di tecniche classiche (pigmenti ventilati, tempera all'uovo, colori ad olio, boli argillosi, mordenti, mecca e foglie d'oro e di argento) e meno classiche (pigmenti acrilici). Impiega molto il collage di carte colorate e stropicciate (carta velina, carta giapponese) applicate su tela, che esagerano la craquelure tipica delle superfici pittoriche antiche o ricorre all’uso di tessuti (velatini di cotone, seta, viscosa etc.) cui conferisce la possibilità di originare diverse forme di texture, reinterpretando in senso materico l’aspetto dei supporti tradizionali di cui si avvale.