Tecnica ed istinto, il benessere nella pittura

Esordisce nella scena artistica nazionale e all’estero nel 2007. Colore, forma e materia dominano la superficie pittorica in una organizzazione prospettica in cui prevale il rigore dell’organizzazione spaziale rinascimentale e dove,  in un primo momento, il quadrato è per lei quasi un imperativo.

A volerla incasellare, la sua opera potrebbe essere situata nell’ambito dell’astrazione geometrica. Almeno fino ai più recenti lavori, prevalentemente monocromatici, dove comincia a introdurre un segno: Kakemono è il titolo dell’opera. Grazie all’applicazione del colore, il pittogramma, usato come elemento  calligrafico e posto proprio di fronte a chi osserva, mantiene la sua centralità ed esprime non un concetto o una parola, bensì gusto ed eleganza, assumendo le sembianze di uno scritto .

Poi realizza le recenti “Pareti” e Sakura Wall, pannelli smontabili, modulari e in cui la dimensione delle opere si fa più importante.

In Cina, dove si reca perché inviata ad assolvere compiti di restauro nella Città Proibita di Pechino, riceve un’impressione profonda che funzionerà da stimolo nella sua pittura successiva, insieme all’essenzialità e all’eleganza minimalista giapponese, di cui predilige anche il pensiero, nonostante una formazione e una cultura assolutamente classica e occidentale.

Quando il processo pittorico iniziale si arricchisce di materie – carte increspate, veline, foglie d’oro – utilizza anche tessuti ripiegati e sovrapposti per ricordare i kimono, simili a quelli musealizzati, che intitola Kariginu, di ispirazione teatrale giapponese, spago e ancora vinavil a legare polveri e pigmenti acrilici, ma trattati con tecniche e procedimenti di esecuzione di antica derivazione, di cui padroneggia segreti e modalità.

Votata al colore, ad un’idea di colore che è dirompente e che libera la mente, scopre di avere delle passioni che le provocano emozione e la ispirano nell’esecuzione: il rosso della lacca giapponese e il blu oltremare. Ritiene che strati dell’interiorità della persona, sia corporei che psicologici, corrispondano effettivamente a vibrazioni cromatiche.  “Scegliamo i colori – dice- anche sulla base di necessità interiori e abbiamo bisogno di esprimerle”. In questa accezione il blu corrisponde al chakra della creatività e l’oro richiama l’opera alchemica che si conclude nella fase finale della rubedo e da cui si deriva il rosso che era l’elisir della funzione medicamentosa e da cui scaturiva infine l’oro.

Francesca Romana Mainieri conferisce un particolare significato ai formati delle sue opere, che considera elemento essenziale anche per l’esperienza visuale.

Con il suo Spectrum, sei tele in acrilico, pigmento ventilato, pastelli colorati e vernice pigmentata – di cui alcune realizzate per l’occasione - presenta strutture tradizionali compatte, minimaliste, elementi organizzati in centro, margine e prospettiva. Di forma quadrata, con distinte zone cromatiche, hanno titoli dedotti dai nomi dei pigmenti,  Lacca Urushi, Ossido di ferro, Orpimento, Ossido di rame, Oltremare artificiale, Lacca di garanza, quasi riformulazione di antiche ricette alchemiche.

Mainieri rivisita antiche alchimie e se ne avvale nella sovrapposizione di stesure cromatiche che si richiamano ai rapporti fondanti dell’arte cinese e giapponese.

Con il medium acrilico Mainieri ribadisce un’unità ritmica . un ordine in cui propone sequenze da ripercorrere in continuum. Immagini che attingono ad un repertorio che si avvale di trasparenze e colori densi nell’astrazione cromatica. Nelle sue opere si rintraccia un’adesione a correnti intuitive ed emozionali, pur filtrata attraverso una solida consapevolezza intellettuale.

Simonetta Milazzo, Solve et coagula, Loft espositivo Entasis, Roma 2011

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